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In questo articolo verrà sinteticamente presentato un caso di qualche anno fa della Corte Suprema USA, il c.d. Caso Riley v. California.

Si tratta di un caso nel quale è stata specifica autorizzazione da parte della competente autorità giudiziaria per acquisire dati e informazioni contenute in uno smartphone 

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha adottato una decisione, risalente al 24 giugno 2014, nel caso Riley v. California, che ha rappresentato il primo importante passo per la difesa della riservatezza della vita privata nel contesto tecnologico in cui viviamo. Si tratta di un punto di riferimento con una nuova perspettiva riguardante il difficile bilanciamento nell’era digitale tra sicurezza e privacy.

Gli smartphone contengono non solo il registro delle chiamate dell’utente, ma un’infinità di informazioni su quella persona (video, fotografie, cronologia delle pagine web visitate, accesso alla posta elettronica, applicazioni sanitarie, note personali, messaggi, ecc. …) aspetti che spaziano da questioni banali a contenuti direttamente correlati al diritto alla privacy

Nella questione qui trattata, il giudice della Corte Suprema, Elena Kagan, riferisce con una modalità molto grafica che oramai “le persone passano l’intera vita sui propri telefoni cellulari”.

Le tecnologie utilizzate dai telefoni moderni permettono l’accesso ad una quantità molto elevata di dati personali tra cui informazioni contenenti dati sensibili e informazioni personali; l’ispezione informatica di un telefono cellulare potrebbe dunque portare a rilevare i file memorizzati sia sul telefono che sui server cloud.

Motivazione della Corte nel caso Riley vs. California

La questione su cui la Corte è stata chiamata a decidere è relativa alla possibilità da parte degli organi di polizia di cercare informazioni digitali riguardante una persona in stato di arresto senza apposita autorizzazione da parte della competente autorità giudiziaria.

La Corte ha dichiarato che, per acquisire dati e informazioni contenute in uno smartphone o in servizi cloud, gli organi di polizia necessitano di una specifica autorizzazione da parte della competente autorità giudiziaria a meno che non ci siano circostanze particolari, che giustificano un’azione immediata, come ad esempio il caso in cui un sospetto invia messaggi ad un complice che si prepara per far esplodere una bomba, oppure in caso di rapimento di un bambino si sospetta che nel telefono ci siano informazioni riguardante la localizzazione del minore.

I telefoni moderni sono pervasivi e sempre presenti nella vita umana, al punto tale che degli extraterresti in visita sul nostro pianeta potrebbero pensare che essi siano una parte essenziale dell’anatomia umana.

La Corte motiva che i telefoni cellulari sono il nostro DNA sociale, perché sono dei minicomputer che memorizzano una grande quantità di informazioni personali (esempio contatti, cronologia delle ricerche su Internet, film visionati, musica scaricata, messaggi, e-mails, documenti etc.) e pertanto ci sono altissime aspettative con riguardo alla privacy.

Gli smartphone sono ormai utilizzati per organizzare ogni aspetto della propria vita. I dispositivi elettronici non sono da intendersi come dei tipici contenitori chiusi e pertanto si può procedere alla loro acquisizione solo previa specifica autorizzazione da parte della competente autorità giudiziaria.

La decisione nel caso Riley si fonda dunque sul bilanciamento tra il diritto alla privacy di un individuo e il compito della polizia nel contrastare la criminalità.

Il caso ha creato un precedente, trattandosi di una decisione significativa nel quadro giuridico nordamericano nel rapporto tra privacy e sicurezza pubblica.

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